Lettere da Merano

Franz Kafka soggiornò per tre mesi a Merano, dal 03.04 al 28.06.1920, tra passeggiate solitarie e le prescritte lunghe soste all’aria aperta, sul balcone esposto al meriggio, debitamente protetto da sguardi indiscreti. L’autore, malato di tubercolosi ormai in stato avanzato, non osò sperare in una guarigione che lui stesso sapeva impossibile. Cercava sollievo dalle paurose crisi respiratorie, gli attacchi di tosse, l’angosciante inappetenza, inequivocabili segni della malattia, che di lì a poco lo avrebbe trascinato verso la morte (03.06.1924).

Il tempo “sospeso”

Kafka considerò quel periodo trascorso a Merano come un benefico susseguirsi di giorni leggeri, passati secondo una routine severa e in contempo liberatoria: lontano dalla sua scrivania presso l’Istituto di Assicurazione a Praga (Arbeiter-Unfallversicherungs-Anstalt für das Königreich Böhmen in Prag), sollevato da ogni impegno, con l’unico dovere di curare la sua salute compromessa. Era libero, libero di dedicarsi solamente alla scrittura.

Franz Kafka, secondo le testimonianze coeve di amici e parenti, non era affatto quella persona tenebrosa che certa critica ha voluto disegnare dell’autore di racconti tetri come La condanna (Das Urteil, 1913) o la Metamorfosi (Die Verwandlung, 1915). Lo scrittore, pur di indole schiva e riservata, in compagnia si mostrò spesso allegro e spiritoso. Non cercava il palco, ma non fuggì da ogni occasione di vita pubblica, anzi, durante i saggi di lettura dalle sue opere era capace di sfoderare una notevole carica carismatica. Per seguire la sua vera vocazione, invece, aveva bisogno di assoluta solitudine e di profondi silenzi. Grafomane com’era, riempiva di appunti vari i suoi taccuini, compose manoscritti di romanzi interi custoditi nei cassetti e mai considerati degni di essere, forse, un giorno pubblicati. Solo pochi amici intimi sapevano della passione di Kafka per la scrittura.

L’officina di Kafka: Nella pensione Ottoburg a Maia Bassa videro la luce le prime Lettere a Milena foto: Palais Mamming Museum

Ed eccolo ora a Merano: aveva davanti a se un periodo di indisturbata quiete. Presto si trasferì dall’elegante e mondano Grand Hotel Emma alla piccola pensioncina Ottoburg, a Maia Bassa, allora Comune autonomo, oggi prima periferia di Merano. Qui trovò l’ambiente tranquillo e la sobrietà quasi monastica che tanto amava per i suoi ritiri creativi.

Fino al 1920, lo scrittore che oggi è considerato a ragione una delle voci più significative del Novecento, aveva dato alla stampa solo qualche racconto pubblicato in vari almanacchi e riviste della sua nativa Praga. La qualità di quelle prose, raccolte nel volumetto Ein Landarzt (Un medico di campagna), aveva suscitato l’immediato interesse dei circoli letterari praghesi, senza peraltro convincere l’autore a congedare i capolavori nascosti tra le carte in casa e in ufficio. I tempi non erano maturi per accogliere l’enigma spietato del Processo (Der Prozess, scritto tra il 1914 e il 1915, pubblicato postumo nel 1925).

Kafka, in principio, non aveva scelto Merano come meta per l’urgente periodo di cura di cui aveva bisogno. L’autore avrebbe preferito una località più vicina alla sua Praga. Però correvano tempi difficili: nell’arco di pochi anni, Kafka aveva visto crollare l’impero asburgico, il mondo di lingua e cultura tedesca stava subendo traumi esistenziali, l’intolleranza antisemita alzò il tiro, Praga, diventata capitale della neonata Cecoslovacchia, iniziava a emarginare le minoranze tedesche e i cittadini ebrei. L’anima sensibilissima dell’autore registrò i primi segnali dell’apocalisse imminente con la precisione di un sismografo: non erano spettri, le sue visioni, erano descrizioni puntuali della realtà che avanzava, a passo inesorabile e crudele.

A Merano, Kafka si ritrovò per un breve periodo immerso nel vecchio mondo asburgico. La cittadina, sospesa tra il passato fastoso e il presente incerto, offrì all’allora anonimo ospite un periodo di tregua, un momento di serenità lungo solo un attimo, giusto lo spazio tra una lettera inviata a un’amica lontana, e la lettura della risposta che a noi non è dato di conoscere.

Lettere a Milena

C’è posta per te: L’ufficio postale di Merano nel 1920 foto: Palais Mamming Museum

A Merano, Kafka passa i giorni nella routine del soggiorno curativo. E scrive. Tra le migliaia di lettere, cartoline e appunti vari che oggi rivestono un ruolo fondamentale per districarsi nel vasto e complesso lascitoletterario kafkiano, il ciclo delle lettere inviate dall’autore da Merano formano un corpus essenziale a se stante. Kafka scrive alla famiglia, certamente, brevi messaggi per rassicurare i suoi cari circa il suo stato di salute, i lievi progressi, la ritrovata speranza. Scrive agli amici, a Max Brod, per avere notizie dalla lontana Praga. E prende carta e penna per riprendere un discorso iniziato poco prima e rimasto sospeso: scrive alla giornalista Milena Jesenská che giusto in quelle settimane era impegnata nella traduzione del racconto Il fuochista (Der Heizer, 1913) in ceco (traduzione pubblicata sulla rivista praghese Kmen il 22.04.1920).

Kafka non rimase indifferente, era la prima traduzione di una sua opera in lingua straniera, per di più in ceco, la lingua che lui, praghese, considerò sempre sua, nonostante avesse optato per il tedesco come lingua di cultura e di produzione letteraria.

Amore e dolore: Franz Kafka e la “sua” Milena Jesenská Fotos: Wikipedia

La frequenza dello scambio epistolare si infittisce: Kafka è fulminato dalla personalità della misteriosa femme de lettres praghese trapiantata a Vienna, legata da una relazione tormentata a Ernst Polak, scrittore e lontano amico del nostro autore. Alla fine le lettere si contano a decine, l’intero ciclo delle bellissime Lettere a Milena segna un preciso momento nell’opera kafkiana. Gli scritti non erano destinati alla pubblicazione, come del resto, secondo le ultime volontà di Kafka, nemmeno la stragrande maggioranza del lascito. Grazie alla saggia disubbidienza di Max Brod, che fin dall’inizio aveva capito il genio dell’amico, fino a noi posteri sono giunte le lettere inviate dall’autore alla donna sognata. Le risposte di Milena, però, sono perdute.

Solo Kafka lesse le risposte di Milena, portando con sé nella tomba l’enigma di quel fuoco folle le cui scintille guizzano tra una lettera e l’altra. Siamo di fronte a un torso, conosciamo solo la metà di un’opera che nella sua forma intera, forse, fu uno dei momenti più sublimi dell’arte epistolare – scritto a Merano, cento anni fa.